Il ritorno del futurismo

Sono sicuro che ci avete fatto caso anche voi: quasi tutte le formazioni nate negli ultimi vent'anni hanno la parola “futuro” nel nome. Soprattutto quelle di destra. Basti pensare a “Fare Futuro” di Gianfranco Fini ed a “Italia Futura” di Luca Cordero di Montezemolo. Addirittura, sembra che la destra sia riuscita ad appropriarsi del titolo di “forza progressista” in questo paese lasciando la sinistra al palo. Ma, al di là di questi italianissimi paradossi, che cosa dovrebbe voler dire “fare futuro” al giorno d'oggi?

Innanzitutto, “fare futuro” significa competere con gli altri paesi sul piano dell'innovazione tecnologica, cioè della creazione di nuovi prodotti (iPod, iPhone, iPad, etc.) e di nuovi mercati (eBook, MP3, etc.) e non sulla riduzione dei prezzi. In una competizione basata sulla riduzione dei prezzi, infatti, vince chi riesce a sfruttare al massimo una forza lavoro dequalificata e ridotta in schiavitù. Si tratta, a tutti gli effetti, di una degenerazione del sistema produttivo. In secondo luogo, “fare futuro” significa rifornire il proprio sistema produttivo di persone competenti in grado di operare come dipendenti qualificati ma, soprattutto, come nuovi imprenditori. Significa avere una scuola ed una università ben radicate nel XXI secolo ed orgogliose di esserlo. Una scuola ed una università attente allo sviluppo delle conoscenze scientifiche e tecnologiche ed in grado di fornire l'humus adatto al sistema produttivo.

E qui casca l'asino. A dispetto dei buoni propositi, questa destra “futurista” negli ultimi vent'anni ha affossato proprio la scuola e l'università. In particolare, ha cancellato dal panorama educativo italiano proprio gli istituti tecnici e le facoltà scientifiche (fisica, chimica, matematica, ingegneria, etc.). La conseguenza più tragica di questo olocausto culturale non è la carenza di persone qualificate per la nostra industria. In Italia, in realtà, non esiste più un'industria in grado di assorbire i nostri diplomati e laureati. No, la conseguenza più grave è la scomparsa di un'intera generazione di tecnici e scienziati, cioè di quella classe sociale che in altri paesi dà vita a nuovi business, nuove aziende e nuova occupazione.

Che fare? Prima di tutto, bisogna re-impossessarsi di quella tradizione progressista che un tempo ci apparteneva. Siamo noi, la “sinistra”, ad aver sempre spinto per l'evoluzione sociale, tecnologica e scientifica, non loro. Ricordiamocelo! In secondo luogo, bisogna avere il coraggio di combattere quel tradizionalismo, apparentemente innocuo, che ci spinge a riconoscere come “degno di rispetto” o come “importante” ogni cosa che si ispiri, a torto od a ragione, alle nostre tradizioni nazionali, cioè la cosiddetta e preziosissima “Cultura” italiana. Questa mia affermazione può sembrare blasfema ma vi invito a riflettere su questo tema. La cultura (letteratura, pittura, teatro, etc.) è un processo produttivo vivo e vitale, fatto di continue nuove produzioni che, inevitabilmente, si alimentano degli sviluppi sociali, tecnologici e scientifici del mondo contemporaneo. Non è e non può essere un museo. Non può essere pura conservazione dell'esistente. “Fare cultura” non può voler dire avere decine di migliaia di laureati in materie umanistiche che non possono sperare in nessun altro sbocco professionale oltre all'insegnamento.

Se si vuole “fare futuro” si deve restituire ai nostri ragazzi la possibilità (e l'orgoglio) di avere una formazione tecnica e scientifica di prim'ordine in scuole superiori che non siano ridotte a carceri minorili ed una formazione accademica in grado di competere con quelle straniere. Si deve “rubare” l'idea delle “tre i” a chi ce l'ha rubata vent'anni fa e metterla in pratica. Ci servono più informatica, più inglese e più impresa (ed industria). E, mi dispiace doverlo dire, ci servono molto meno greco, molto meno latino, molto meno Manzoni e molto meno Pascoli. Dobbiamo accettare questa banale verità se vogliamo tornare a vivere nel presente ed a competere con successo per il pane quotidiano.


 


 


 


 

Commenti

Salve, l'analisi è certamente condivisibile, anche se non si può dare tutta la colpa alla cosiddetta "destra" per la crisi della formazione; diciamo che da entrambe le parti, ad ogni riforma si è data una "affossata" alla scuola. Ma lasciamo perdere la politica (nel senso degli schieramenti). Secondo me non serve "meno Manzoni e più tecnologia", si facesse almeno Manzoni nelle scuole italiane! Il problema è che si richiede sempre meno impegno nelle istituzioni scolastiche, come se fare studiare un ragazzo per 4 ore ogni pomeriggio fosse una punizione. Invece solo dal lavoro e dal sacrificio vengono fuori cultura, competenze, idee e capacità di attuarle. Solo se si tornerà a concepire lo studio come un impegno serio si potrà tornare ad avere delle figure professionali capaci e competitive.

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