Lettera aperta a Piero Sansonetti

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di Stefano Bocconetti

Caro Piero, ti sbagli, Wikileaks è una miniera di notizie

Caro Piero, Io credo che si sarebbe arrabbiato molto Bradley Manning se avesse letto, in questo periodo, i giornali italiani. Quotidiani e settimanali. Tutti, nessuno escluso. Ma in ogni caso non l’ha fatto, non può averlo fatto. Perché le regole delle carceri statunitensi – tanto più quelle di un carcere militare – sono ferree. Da fuori le sbarre non può entrare nulla, se non i biglietti scritti da parenti di primo grado, e per di più filtrati dai marines. Dunque, quel ragazzo americano di provincia, non può leggere nessun giornale, da diverso tempo. Prima si è fatto un mese nelle prigioni americane “distaccate” in Kuwait, ora è in una cella nella base militare di Quantico, Virginia. E nessuno può dire cosa sia peggio. La sua colpa? Aver creduto, come tanti altri, alla guerra in Iraq, aver creduto di poter “esportare la democrazia” coi carri armati e i missili. Ci aveva creduto. Lui del resto non era uno che si informasse molto: era un homeless, un vagabondo. Viveva di elemosine, da quando se n’era andato di casa. Così, le parole d’ordine del presidente Bush gli erano sembravate forti, belle, patriottiche. Senza contare che la divisa gli avrebbe assicurato un sostentamento. E s’era arruolato. Una volta lì, in Iraq, però, si era subito reso conto di cosa significasse davvero la guerra. Aveva visto e saputo di quali orrende stragi si fossero resi responsabili i soldati americani e i loro alleati. Aveva alcuni amici al Mit di Boston, da sempre, si sa, “covo” del movimento pacifista. Era rientrato in contatto con loro, che a loro volta, forse, l’hanno messo in contatto con Wikileaks, il sito che oggi riempie i giornali. Bradley, che da militare aveva seguito un rapido corso di informatica, aveva così “scandagliato” senza permesso i data-base americani in Iraq. Per la legge militare quello è un reato ma lì aveva trovato le prove delle stragi. Stragi di civili, bombardamenti a tappeto, prove filmate di violenze inaudite, immotivate anche durante una guerra. Le prove di una violenza cieca, come quella che spinge un gruppo di soldati italiani ad urlare “annichiliscili!”, mentre mitragliano un furgone. Quasi sicuramente, ora lo si sa, furgone pieno di civili. Particolare, questo sì, ignorato dalla stampa italiana. Queste cose Bradley le ha scoperte e forse le ha messe a disposizione di Wikileaks. Adesso sta pagando, in carcere, la sua scelta. Di non essere corresponsabile della guerra. Questo è uno degli “informatori”di Julian Assange. Questi sono gli “informatori” di Assange. Ora però tu Piero (dentro un’analisi che pure contiene diversi spunti condivisibili e che sicuramente io condivido, e non da oggi) ci dici che Wikileaks è solo un sito «spiogiornalistico ». Sporco. Naturalmente, non è così. E non bisogna neanche ricorre al tradizionale metodo che tu suggerisci ai giornalisti, quello di «raccogliere testimonianze, verificarle, metterle a confronto, chiedere pareri», tanto meno bisogna rivolgersi ai poliziotti – in questo caso, poi, trattandosi del mondo, sarebbe un bel guaio se ci fosse una polizia mondiale – ma sarebbe bastato ricordarsi le cose lette sui giornali – non quelli italiani, naturalmente –; sarebbe bastato aver dato uno sguardo ad un paio di libri. E accorgersi che Wikileaks è un sito i cui fondatori e dirigenti sono rigorosamente anonimi, ma col tempo qualche nome è venuto fuori: e si tratta di professori, di hacker, ma soprattutto di dissidenti. Che per questo debbono restare “nascosti”. Dissidenti cinesi, cubani. Dissidenti iraniani, che hanno utilizzato Wikileaks per svelare la ferocia della repressione del loro regime. Si tratta di militanti pacifisti, di militanti radicali del pacifismo. Di quelli, per capire, che non si limitano ad una marcia di protesta ma “si oppongono” a tutto ciò che è guerra, economia di guerra. Ovviamente non tutto è oro in Wikileaks. Tanto che qualche mese fa, assai prima che fosse annunciata la pubblicazione dei 250 mila file “diplomatici”, quello che era considerato il numero due dell’organizzazione, Daniel Domscheit-Berg, aveva pubblicamente annunciato di volersene andare. Non certo perché preoccupato dalla diffusione di notizie “riservate”, non certo perché si sentisse colpito dalle accuse di mettere in pericolo la sicurezza americana e addirittura quella del mondo. E non certo perché qualcuno – anche all’epoca delle rivelazioni sulle stragi in Iraq – avesse parlato di “contatti coi servizi”. Se ne voleva andare perché Assange aveva risposto ai giudici svedesi – che l’accusano di stupro – utilizzando i canali Wikileaks su Twitter. Che gli garantivano un’enorme eco mondiale. Per il rigorosissimo Daniel questo non era accettabile: un conto sono le accuse personali, alle quali Assange doveva e deve rispondere individualmente, un’altra cosa sono gli strumenti di Wikileaks. Che nessuno, neanche il portavoce, avrebbe dovuto utilizzare per altri scopi. Adesso qualcun altro – ma solo qui in Italia ad essere sinceri – ci dice che Wikileaks è diventato un “deposito” dove i servizi segreti lasciano il loro materiale, per i loro obiettivi. Sporchi, illeciti obiettivi. Lo dice anche Gli Altri e un po’ stupisce. Io non so quali siano le fonti che accreditano questa notizia, né mi piace stare dietro alle “voci”. So però che questa è la versione fornita proprio dai servizi segreti americani. Qualcuno dei loro agenti, insomma, avrebbe tradito e fornito i documenti. In questo modo, comunque, Cia e servizi militari si “auto-assolverebbero”: perché ben altra cosa sarebbe dover ammettere che un gruppo di hacker è entrato nei data-base ultra protetti del governo americano. Tesi tutt’altro che peregrina, avvalorata da molti altri precedenti. Il che non esclude comunque che qualcuno, anche dei servizi, abbia poi avuto interesse alla pubblicazione di quei file. Più difficile immaginare che in ognuno dei centotrenta uffici e ministeri coinvolti ci sia stata almeno una “spia”, a sua volta in contatto con Assange. Neanche Travaglio, credo, riuscirebbe ad immaginare un “complotto” planetario di queste dimensioni. O forse sì, lui ci riuscirebbe. Ma in ogni caso, ripeto: questo è davvero il problema meno rilevante. Esattamente come è quasi irrilevante stare a discutere di quel che hanno fatto i quotidiani italiani quando hanno cominciato ad uscire i primi file. E qui non si può che essere d’accordo con Sansonetti quando denuncia il provincialismo, l’assurdità di testate che sbattono in prima pagine le debolezze del nostro premier. Fisiche e morali. Ma appunto: si parla di provincia, di provincia Italia. La cosa che non capisco è perché il mondo non abbia diritto a sapere che gli americani, ormai da quasi un decennio, stanno combattendo una guerra per tenere in piedi un governo fantoccio a Bagdad, con un leader che loro stessi giudicano un inutile fantoccio. La cosa che non si capisce è perché il mondo, l’opinione pubblica, non debba sapere che l’Italia ha firmato un misterioso accordo per l’approvvigionamento di gas con le dispotiche repubbliche dell’Est. Proprio mentre negli States si scopre un’altra fonte di approvvigionamento, capace di rendere inutile il costoso gas kazaco e russo. Di più: si scopre che all’inizio gli americani lasciano fare agli italiani, in attesa che le grandi compagnie statunitensi brevettino questa nuova risorsa naturale. Perché non dovremmo saperlo? Perché non dovremmo avere tutti gli elementi per capire in che mondo viviamo? Perché non dobbiamo sapere che la spinta ad una nuova guerra nel delicato equilibrio mediorientale viene proprio dai maggiori alleati statunitensi? Preoccupati solo e soltanto dei loro profitti petroliferi? E non dovremmo sapere tutto questo solo perché Repubblica, o Il Fatto pubblicano in prima pagina che Berlusconi è stanco, visto che non dorme per i festini? Al provincialismo di De Benedetti & alleati non si può rispondere con un altro provincialismo. Non meno pericoloso del primo. Le cose che raccontano in prima pagina The Guardian, New York Times o Liberation in questi giorni svelano un mondo dove una ristretta oligarchia decide le sorti di milioni di persone. Perché non dovremmo conoscerlo? Perché è già risaputo? So perfettamente, comunque, che è un argomento difficile, delicato. Dove le ragioni non sono tutte da una parte. La stragrande parte delle ragioni sì, ma non proprio tuttetutte. Perché il diritto alla trasparenza negli atti pubblici, il diritto alla trasparenza in tutto ciò che riguarda la vita di milioni di persone, diritto fondamentale della democrazia tanto quanto il diritto di voto, o il diritto alla trasparenza pure nella diplomazia, hanno anche dei limiti, va da sé. Ma non è colpa di Wikileaks se i giornali italiani scelgono di opporsi alle destre col gossip. E solo con quello. L’importante comunque è che Bradley Manning, 21 anni – e che rischia 52 anni di carcere per diffusione di notizie coperte da segreto militare – non sembra essersi pentito della sua scelta. A lui tutto il mondo deve qualcosa. E fortunatamente Bradley non ha letto i giornali nostrani. Fortunatamente, neanche lo scorso numero de Gli Altri. Ps: Come si sa Wikileaks è oggetto di ripetuti attacchi informatici – questi sì, da parte di servizi statunitensi – che puntano ad oscurare il sito, ospitato sui server del Partito Pirata svedese. In questi giorni le minacce al sito di Assange si sono fatte più intense. Per questo i pirati svedesi lanciano un appello a tutte le comunità democratiche della rete perché si rendano disponibili a creare dei “mirror” che consentano comunque il collegamento a Wikileaks, anche in caso di blocco. Iniziative che costano. Per questo, chi vuole, chi crede che l’oscuramento di Wikileaks sia un attacco ai principi della democrazia, può mettersi in contatto col partito pirata italiano

 

Però chi fa la spia....

di Piero Sansonetti

A me le spie non sono mai piaciute. Quelle “telematiche” non mi sembrano molto diverse da quelle virtuali. Io credo che spiare, intercettare i telefoni, violare la privacy, demolire la diplomazia, non sia una attività molto edificante. Tu chiedi: ma perché io dovrei rinunciare a sapere? È la stessa domanda che pone Travaglio, quando gli contesti le intercettazioni senza liniti. Rispondo: per la semplice ragione che la privacy è un valore e un diritto di libertà. Punto. Un mondo senza privacy è un mondo totalitario. Cosa ha combinato, alla fine, questo Assange? Ha tirato un siluro contro le diplomazie internazionali (e Wolfgang Ischinger spiega assai bene sul New York Times che in politica estera quando perde la diplomazia vincono i militari), e ha sferrato un attacco violento contro Hillary Clinton e Obama. Danneggiandoli notevolmente. Perché dovrebbe starmi simpatico un tipo così? E poi, per fare la lotta politica io continuo a preferire le armi della democrazia a quelle degli 007. Piero Sansonetti

 

Caro Piero se ci si ferma al “Chi giova...”

Caro Piero, ho letto la tua replica alla mia lettera, che Gli Altri ha pubblicato per intero (e di questo ti ringrazio). Penso comunque che i discorsi siano molto piu semplici di quanto sembri. 1. Lo spionaggio esiste perche esistono i segreti. Rivelare i segreti e appunto combattere lo spionaggio. E il fango che si porta dietro. Di piu: rivelare la “diplomazia segreta” e favorire la diplomazia, quella vera, basata sui rapporti e sulle trattative “solari” fra Stati. Lo capi addirittura Trotzkij, quando il mondo sembrava essere all’alba di una nuova epoca. Lui provo a rendere pubblici tutti i documenti del suo paese. Glielo impedirono e sappiamo com’e andata a finire. 2. Dici, ed e il pezzo forte del tuo ragionamento, che comunque a conti fatti Wikileaks ha danneggiato Obama. Ti domandi, insomma, a chi giovi tutto questo. Tesi che stranamente ti avvicina ad un pezzo del ragionamento di Bruno Steri su Liberazione. Fatte le debite proporzioni – ripeto: fatte le debite proporzioni – e un po’ come alla fine degli anni ’70 quando davanti ad un movimento sociale che non riusciva a comprendere, il Pci continuava sempre e solo a domandarsi: a chi giova? Si diede una risposta sbagliata e fini con l’affidarsi ai giudici. La tua domanda insomma credo sia il riflesso condizionato di una sinistra, un po’ datata, incapace di capire la radicalita dei nuovi bisogni e delle nuove forme di lotta. 3. Gli 007 sono al servizio dei governi. La democrazia e al servizio delle persone. E la democrazia la si difende non solo col voto ma anche con la disobbedienza, quando e necessario. Boicottare e – anche, perche no? – far saltare i siti della Visa, di Mastercard e di tutte le banche che obbediscono all’ordine dei “potenti” di tacitare Wikileaks, e testimonianza di dissenso. Quindi il sale della democrazia. Ciao,

Commenti

Cioè adesso p.s. difende hilary clinton? Quella che fa spiare l'onu????

.. che il merito di wikileaks non sta tanto nel aver diffuso "certe" notizie.. in fondo tutti sanno che la diplomazia e' l'arte del saper mentire, e la militaria e' l'arte della guerra, della morte, delle stragi degli innocenti.. I membri di wikileaks hanno dato al mondo dell'informazione una grande lezione. Forza creativa, passione, condivisione e metodo organizzativo. E' da questi esempi che bisogna partire.. forse il nostro direttore questo lo dimentica, o fa finta di dimenticarlo

Qualunque gruppo editoriale che sia testata cartacea o blog, potrebbe diventare il wikileaks di domani o di dopodomani..


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