Ma serve ancora il giornalista?

immagineMentre il mondo dell'editoria discute attorno alla difficile competizione tra giornalismo tradizionale e “citizen's journalism”, Wikileaks mette a soqquadro ancora una volta il mondo dei media. In verità, si tratta sempre della prima volta perché anche in questo caso a far notizia sono i documenti che riguardano la guerra in Iraq ed Afganistan. Nonostante questo, il messaggio è chiaro: a far “informazione” ormai è soprattutto il web, non i giornali tradizionali e meno che mai la televisione. Soprattutto, le notizie vengono ormai diffuse nella loro forma originaria, cruda e scottante, senza alcun filtro. È il pubblico stesso (soprattutto quello intellettuale) a “digerire” e redistribuire queste informazioni, scavalcando completamente la figura, un tempo quasi sacerdotale, del giornalista. Questo dovrebbe far riflettere seriamente gli editori ed i giornalisti. In primo luogo, non è più pensabile, al giorno d'oggi, fregiarsi del titolo di “professionisti dell'informazione” solo perché si dispone di un abbonamento ai servizi ANSA dai quali attingere notizie sempre più stantìe e sempre meno interessanti. Bisogna tornare a fare “giornalismo d'inchiesta” in prima persona: stare in strada, parlare con la gente, raccogliere notizie là dove le notizie nascono e, soprattutto, raccogliere prove. Prove a carico. Da un giornalista che si rispetti ci si aspetta ormai una certa dose di eroismo e di iniziativa, come da un Pubblico Ministero. Se il sogno della propria vita è una scrivania calda e tranquilla, è meglio fare un concorso in posta. In secondo luogo, non ha più senso continuare a discutere di professionalità, di “filtro” alle notizie, di controllo delle fonti, di proprietà di linguaggio e di capacità espositive. Le notizie sono sequenze di parole che nessuno ha mai sentito. Poco importa quanto sia goffa la sequenza, quanto dubbia sia la sua provenienza e quanto poco sia pagato il giornalista. Il lettore è ormai in grado di valutare da solo questi elementi di disturbo, o comunque si ritiene in grado di farlo, grazie ad una quantità di strumenti di supporto “istantaneo” mai esistita prima (Google, Wikipedia, etc.). Del giornalista si sente sempre meno la necessità, soprattutto se si atteggia a letterato e non si dimostra capace di prendere posizione in difesa della verità. Ed infine, ciò che più conta è che non è più possibile attuare le tradizionali, subdole forme di censura a cui siamo abituati. Ormai si sono rotte le dighe e le notizie viaggiano da sole fino alla loro destinazione (il lettore/cittadino), non importa quanti editori interessati, giornalisti addomesticati e testimoni corrotti ci siano lungo la strada. Wikileaks sta lì a dimostrarlo. Quanto potrà resistere la pseudo-democrazia occidentale a questa sfida? PS: Nonostante la sua popolarità, Wikileaks naviga da tempo in cattive acque dal punto di vista economico. Se volete donare qualche euro, collegatevi a: http://wikileaks.org/ .


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