Peer to peer quei dati sospetti

Un articolo apparso su Repubblica.it lo scorso 15 ottobre proclamava la morte del Peer to Peer. Il giornalista citava una ricerca condotta dall'osservatorio Nielsen secondo la quale gli utenti di eMule sarebbero scesi da 6,7 milioni del luglio 2009 a 4,9 milioni dell'anno successivo: una caduta libera pari al 43%. Dove si sarebbe spostata, allora, secondo "La Repubblica", tutta questa folla di pirati? L'articolista spiegava che lo streaming su YouTube (con 13 milioni di utenti a luglio 2010) avrebbe assorbito ben il 30% di questa fetta di ex scaricatori, mentre iTunes (con 2,7 milioni di utenti) ne avrebbe acquisito il restante 10%. La considerazione, però, risultava sospetta. Si trattava, infatti, sia per quanto riguarda YouTube che iTunes, di due sistemi guarda caso legali. Che la pirateria avesse deciso, dall'oggi al domani, di purificarsi e fare obiezione di coscienza? Ma neanche a parlarne. Chi nasce pirata, lo rimane. La notizia rischiava di apparire, allora, nella migliore delle ipotesi, solo il frutto di una cattiva interpretazione dei dati. Sennonché la soluzione è venuta da sé, leggendo le ultime news provenienti dalla Società italiana degli Autori. Da queste apprendiamo infatti che SIAE e YouTube hanno appena siglato una licenza, valida sino al 31 dicembre 2012. L'accordo copre l'uso in Italia, in modalità streaming, di musica e opere audiovisive del repertorio SIAE nei video presenti sulla piattaforma YouTube. In parole povere, autori, compositori ed editori musicali rappresentati da SIAE saranno ricompensati quando, su YouTube, verrà utilizzata la loro musica. Manlio Mallia, Direttore dell’Area Attività Internazionale e Accordi Broadcasting e New Media, SIAE, ha dichiarato: "Questo accordo segna un momento importante nell’attività di tutela svolta dalla SIAE, con l’obiettivo di assicurare agli autori e agli editori un compenso che tenga conto dell’intensità di utilizzo delle loro opere su una piattaforma molto popolare…". Un messaggio subliminale, dunque. Come quando chiedi se c'è gente in un locale e ti viene consigliato di andare in un altro. E chi te lo dice è il proprietario di questo secondo posto. Ah..., l'informazione italiana! Trasparente come un'orzata. Per dirla con le parole di Paolo Poli, il giornalismo è da sempre il luogo ove qualcuno parla di cose che ignora e tace invece le cose che sa. Ne discende uno di quei paradossi alla Zenone: se i giornali inventano la metà di quello che dicono e non scrivono la metà di quel che succede, allora vuol dire che i gionali non esistono! Ironia a parte, per ritornare al caso del penitente pirata che ha smesso di scaricare, se non dovessimo applicare la presunzione di innocenza costituzionale, ci sarebbe quasi da pensare ad un caso di boicottaggio dell'informazione. Non sarà certo il caso del giornalista di cui sopra, ma non è difficile pensare, in casi simili, ad encomi filigranati offerti ai giornali pur di elargire notizie pilotate. Bisognerebbe tornare sui libri e capire che forse il legislatore costituzionale, quando parlava di libertà di informazione, non intendeva anche libertà di bustarella.


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