Risposta di Alessandro Bottoni, Segretario del Partito Pirata Italiano, al documento pubblicato da SIAE

Risposta di Alessandro Bottoni, Segretario del Partito Pirata Italiano, al documento pubblicato da SIAE a questo indirizzo:

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Q: Perché il diritto d’autore, che fuori dalla rete è riconosciuto, in rete non deve essere remunerato?

A: Non posso parlare per altri ma, di sicuro, nè il Partito Pirata come associazione né io personalmente abbiamo mai sostenuto una simile idiozia. Francamente, mi risulta che ormai sia piuttosto poca la gente che sostiene questa tesi radicale anche fuori dal nostro circuito. Certo Richard Falkvinge, il fondatore del PP Svedese, a suo tempo ha sostenuto la necessità di abolire il concetto di “copyright” per cui una posizione del genere sicuramente è esistita in passato, esiste tuttora ed è sostenuta da qualcuno, forse persino da molte persone.

Vale la pena notare che queste persone solitamente sostengono che sia necessario abolire il “copyright” (cioè il “diritto di copia”) e NON il “diritto d'autore”. C'è una enorme differenza tra questi due concetti. Il copyright riguarda il diritto di creare copie da parte del distributore del prodotto ed è l'elemento di diritto fondamentale nel mondo anglosassone. Il diritto d'autore riguarda i diritti (morali e materiali) dell'autore sulla sua opera ed è l'elemento fondamentale del diritto nei paesi di tradizione latina come il nostro. Lottare contro l'uno non significa necessariamente lottare anche contro l'altro.

Inoltre, queste persone sostengono che sia necessario abolire il copyright sia dentro che fuori dalla rete per cui non li si può accusare di fare ingiustamente delle differenze.

Q: Perché coloro che criticano il provvedimento AGCOM non criticano anzitutto il furto della proprietà intellettuale?

A: Come prima, non posso parlare per altri ma sicuramente né io né il PPI ci siamo astenuti dal condannare il cosiddetto “furto di proprietà intellettuale” là dove questo effettivamente esiste.

Tuttavia, abbiamo dovuto constatare che questo termine viene spesso invocato a sproposito. Ne parlerò ancora nel seguito.

Q: Perché impedire la messa in rete di proprietà intellettuale acquisita illegalmente dovrebbe essere considerata una forma di censura?

A: Perché questa tecnica viene usata, già adesso, fin troppo spesso come strumento proprio per zittire “voci” (“siti”) scomode e perché verrà usata sempre più spesso in questo modo se non verrà stabilito un limite preciso tra violazioni del diritto d'autore e diritto alla libertà di espressione.

In particolare, si tratta di stabilire dei criteri chiari per il cosiddetto “fair use”, cioè dei limiti entro i quali sia legalmente possibile riutilizzare e ripubblicare (gratuitamente e senza autorizzazioni preventive) il materiale prodotto da altri per creare nuovi prodotti e/o per fare informazione.

Io, personalmente, credo che si dovrebbero stabilire i seguenti tre criteri.

  1. Se il materiale proviene da un evento che è stato deliberatamente progettato per essere PUBBLICO, dovrebbe SEMPRE essere possibile riutilizzare (anche integralmente) questo materiale con il solo obbligo di citare la fonte.

  2. Se il materiale, per sua natura, ha una forte connotazione “iconografica” (rappresenta o documenta un passaggio cruciale della nostra evoluzione storica, economica, tecnologica o sociale) dovrebbe essere possibile riutilizzare, anche integralmente, questo materiale con il solo obbligo di citare la fonte.

  3. In tutti gli altri casi, dovrebbe sempre essere possibile riutilizzare una parte significativa del prodotto a scopi giornalistici o di creazione artistica (ad esempio il 15 od il 20% del totale).

Vi prego di notare che queste sono a tutti gli effetti eccezioni alla regola e rappresentano (e raprresenterebbero comunque) una frazione minima del totale per cui il “danno” subito dai “titolari” (si fa per dire...) di questi diritti sarebbe comunque irrisorio. Inoltre ci sono e ci saranno sempre giudici e tribunali a vegliare sugli eventuali abusi.

A dimostrazione di come sia scivoloso questo terreno, vi prego di notare anche che parlare di “proprietà intellettuale acquisita illegalmente” è quasi sempre sbagliato: chi mette a disposizione di altri su Internet brani musicali o film lo fa molto spesso usando come base di partenza CD musicali e DVD cinematografici regolarmente acquistati e pagati. Questa gente NON ruba niente e nessuno. Semmai si pone illegalmente in concorrenza con il distributore ufficiale.

Smettiamola di chiamare “furto” ciò che furto NON è.

Q: Perché dovrebbe risultare ingiusto colpire chi illegalmente sfrutta il lavoro degli altri?

A: Colpire chi sfrutta illegalmente il lavoro altrui è sacrosanto. Il problema si annida nei due concetti di “illegalmente” e di “lavoro altrui”.

Per definizione, è illegale qualcosa che la legge stabilisce essere tale. Noi (i cosiddetti “pirati”, non solo i membri del PPI) chiediamo proprio una NUOVA legge sul diritto d'autore che ridefinisca cosa deve essere “illegale” in questo settore e quindi non si può utilizzare questo criterio come base del nostro ragionamento. Di ciò che è illegale ora, francamente, non ce ne frega nulla in questo contesto. Piuttosto, vogliamo cercare di capire cosa dovrebbe essere considerato illegale in un paese civile nel XXI secolo.

Cosa sia “lavoro altrui” è tutto da stabilire.

Ad esempio, la registrazione audio/video che un giornalista (freelance, per ipotesi) effettua durante una conferenza stampa di un politico (che, per definzione, è progettata per essere pubblica al massimo grado possibile) può essere considerata “proprietà intellettuale” del giornalista? O non è piuttosto “proprietà intellettuale” del politico e del suo staff che, con ogni evidenza, hanno deciso di donare questo materiale al cosiddetto “pubblico dominio”?

Il giornalista viene remunerato (e DEVE essere remunerato) su ALTRE basi. Un giornale può decidere di acquistare la sua registrazione per poterla avere in anteprima. Il giornalista può essere stipendiato dal giornale. Certamente, il giornalista NON può pensare di poter avvallare su quel materiale gli stessi “diritti d'autore” che Gabriele D'Annunzio poteva vantare su “Il Piacere”.

Un altro esempio: davvero Andy Wharol dovrebbe pagare i “diritti d'autore” al grafico che ha disegnato le lattine delle zuppe Campbell's che vengono ritratte tanto spesso nelle sue opere? O non è più logico pensare che quel grafico sia già stato remunerato per il suo lavoro dalla Campbell's e che la Campbell's stessa stia ottenendo l'effetto voluto quando qualcuno (soprattutto Wharol) ritrae le sue lattine e le pubblicizza?

Potrei proseguire ma credo che il concetto sia chiaro. Se vogliamo difendere il “lavoro altrui”, allora bisogna che questo lavoro sia davvero “lavoro altrui”, sia davvero di chi sostiene di avere ditìritti su di esso, sia davvero originale, sia davvero concepito per essere “lavoro da difendere” e molte altre cose. Diversamente stiamo difendendo i prvilegi di una casta di opportunisti, non i diritti dei “lavoratori” del settore culturale.

La legislazione sui brevetti (“patent”), ad esempio, prevede dei criteri molto precisi per stabilire cosa sia effettivamente “innovazione” e cosa sia una invece un “patacca”. Questo dovrebbe far riflettere.

Q: Perché si ritiene giusto pagare la connessione della rete, che non è mai gratis, ed ingiusto pagare i contenuti?

A: Come in altri casi, né io, né il PPI, né molti altri “sovversivi” come noi abbiamo mai sostenuto una simile idiozia.

I contenuti vanno pagati (e vengono effettivamente pagati, anche quando non sembra). Tuttavia, vanno pagati il loro reale valore di mercato, che NON è certo quello che deriva dalla protezione “militare” di posizioni di privilegio da parte dell'industria. Un brano musicale, al giorno d'oggi, può costare molto meno di quello che l'industria pretende di spremere dal consumatore finale. I progressi fatti nella produzione e nella distribuzione dei materiali consentono una drastica riduzione dei prezzi senza che ci sia un corrispondente danno per l'autore, il produttore od il distributore. Di conseguenza, queste nuove possibilità DEVONO essere sfruttate a vantaggio del mercato e dei consumatori. Diversamente si difende il privilegio di chi gestisce una posizione dominante, non si difendono i diritti dei “lavoratori” del settore.

Inoltre non è affatto detto che il consumatore finale debba anche essere l'acquirente di riferimento (cioè “chi paga il conto” alla fine della serata). Già ora gran parte degli introiti legati alla cosiddetta “produzione culturale” (soprattutto musica e concerti ma anche cinema, teatro e altre cose) deriva dalla pubblicità e viene pagata dalle televisioni, dalle radio e da altri operatori del settore “comunicazione e marketing”, non dai consumatori (non direttamente, almeno). Questa è la via maestra da seguire per entrare nel XXI secolo.

Una volta che autore, produttore e distributore hanno ottenuto il loro compenso dal loro acquirente professionale (TV e Radio), francamente non possono più sostenere di poter vantare ancora altri diritti economici sull'utente finale. Tutto ciò che possono legittimamente pretendere è che il loro cliente (TV o Radio) ed il consumatore finale non si mettano a fargli concorrenza sul loro stesso segmento di mercato (TV e Radio in un caso, mercato CD e DVD nell'altro). L'uso personale (in auto, seconda casa, iPod, etc.) di materiale registrato da radio e TV dovrebbe quindi essere riconosciuto del tutto legale (ora NON è così, anche se molti non lo sanno).

I contenuti vanno pagati. Ma vanno pagati il giusto e non è nemmeno detto che debba essere per forza il consumatore finale a pagare il conto (Berlusconi docet...).

Q: E perché non ci si chiede cosa sarebbe la rete senza i contenuti?

A: Chiediamoci piuttosto cosa sarebbe la rete senza le persone e le organizzazioni che pretendono di difendere i contenuti ed il “diritto d'autore” od il “copyright” in modo così militaresco ed aggressivo. Probabilmente sarebbe la Rete che è sempre stata finora e che noi tutti cominciamo già a rimpiangere. Sarebbe un posto libero, fertile, dove la cultura nasce e si diffonde producendo altra cultura. Cultura che gli operatori più accorti sanno trasformare in denaro senza prenderesela con chi rende possibile questo piccolo miracolo: gli utenti della rete.

Q: Perché il diritto all’equo compenso viene strumentalmente, da alcuni, chiamato tassa?

A: Perché è una tassa. Anzi: è molto peggio di una tassa. Si tratta infatti di una somma di denaro (piuttosto rilevante) che l'utente DEVE pagare, senza alcuna possibilità di scelta, ma che NON dà origine a nessun diritto.

L'utente deve pagare il cosiddetto “Levi's right” sulle chiavette USB anche se NON le utilizza per conservare su di esse (e/o scambiare) nessun materiale coperto dal diritto d'autore (come è il mio personalissimo caso, per esempio). Questa si chiama ESTORSIONE.

In cambio dei suoi soldi, l'utente NON può godere dei diritti che sembrerebbero ovvi: NON può caricare su questa chiave USB dei file coperti da diritto d'autore perché questo resta comunque un reato. Questa si chiama ESTORSIONE.

Nemmeno le tasse, quelle vere, hanno delle caratteristiche di così evidente incostituzionalità e immoralità.

Q: Perché non sono chiamate tasse i compensi di medici, ingegneri, avvocati, meccanici, idraulici, ecc.?

A: Perchè in cambio di un compenso queste persone forniscono un servizio od un prodotto tangibile. Il “Levi's Right” che l'utente paga (senza poter scegliere) NON dà diritto a nessun prodotto o servizio.

Noi chiamiamo TASSA il cosiddetto “equo compenso” perché è una tassa (ingiusta ed illegale).

Invece, NON chiamiamo tassa i compensi degli artisti e degli operatori del settore. Vogliamo solo poterli pagare per il loro REALE valore di MERCATO (NON per quello che pretendono di stabilire, in modo insindacabile, gli operatori dalla loro posizione dominante sul mercato).

Q: Perché Internet, che per molte imprese rappresenta una opportunità di lavoro, per gli autori e gli editori deve rappresentare un pericolo?

A: Per gli autori (come sono anch'io), Internet ha sempre rappresentato e continua a rappresentare una fantastica opportunità, sia a livello pubblicitario che economico.

Semmai, è per VOI editori e distributori che rappresenta un problema.

Lo rappresenta soprattutto per due ragioni. La prima è che non volete capire che il mondo cambia e che il vostro ruolo DEVE cambiare. Deve cambiare radicalmente. NON potete più basare i vostri introiti sulla vendita di un prodotto culturale (o, più esattamente, multimediale) pacchettizzato all'utente finale. In altri termini, non potete più campare vendendo CD musicali e DVD cinematografici ai cosiddetti “consumatori”. O, quantomeno, NON potete fare più gli stessi soldi di prima in questo modo.

Questo modello di business è MORTO. Fatevene una ragione e cambiate mestiere.

Il vostro modello di business POSSIBILE, al giorno d'oggi, consiste nel vendere prodotti culturali agli operatori pubblicitari (TV e Radio), NON agli utenti finali. Gli utenti finali ormai pagano questi prodotti solo in modo molto, molto indiretto e continueranno a fare così in futuro.

Il mercato “consumer” (CD e DVD acquistati da privati cittadini) è già adesso ridotto al lumicino e sarà così anche in futuro.

Soprattutto, sarà cosi anche se il fenomeno della cosiddetta “pirateria” dovesse scomparire in un istante, per magia. Il motivo è ovvio: il mercato è già adesso supersaturo delle vostre produzioni e di quelle degli “hobbysti”. Non c'è più spazio per queste cose.

L'altra ragione è che proprio non riuscite a capire come fanno i soldi gli altri, spesso a vostre spese. Continuate ad accanirvi contro Google, YouTube, Yahoo ed altri operatori senza prendervi la cura di studiare il loro modello di business e di inventarne uno, tutto vostro, equivalente.

Perché iTunes è stato inventato e viene gestito dalla Apple di Steve Jobs? Cosa ha impedito a SIAE, od a qualunque altra associazione di autori ed editori, di avere la stessa idea e di implementarla?

Un problema tecnologico?

Vi faccio una proposta: per 30.000 € vi creo il sistema software necessario e ve lo installo. È il mio mestiere. Non c'è problema.

Ma non è un problema tecnologico. Lo sapete bene. Lo sapete perché siete la stessa gente che ha prima dato vita allo sfortunato portale editoriale “Zivago” (costato circa un milione di euro!) e poi lo ha affondato per impedirgli di rosicchiare quote di mercato alle librerie.

Ora pagate il prezzo di quella scelta scellerata dovendovi confrontare con Amazon e la sua forza contrattuale. E vorreste che fossimo noi, i consumatori finali, a pagare il conto delle VOSTRE scelte.

Non è Internet il vostro problema. Siete voi stessi.

Q: Perché nessuno si chiede a tutela di quali interessi si vuole creare questa contrapposizione (che semplicemente non esiste) tra autori e produttori di contenuti e utenti?

A: Infatti, non esiste nessuna contrapposizione tra utenti da un lato ed autori dall'altro. Esiste invece una pesante contrapposizione tra utenti da un lato e produttori (o editori) e distributori dall'altro. In realtà, esiste una contrapposizione ancora più pesante tra autori da un lato e produttori/editori e distributori dall'altro. In questa “guerra”, autori ed utenti si trovano sempre più spesso a combattere sullo stesso lato della barricata, semplicemente perché molti utenti sono anche autori e viceversa.

Il “corpo estraneo” sono gli editori ed i distributori, ormai privi del loro ruolo di mercato tradizionale ed incapaci di adattarsi alla nuova realtà. Ma di questo abbiamo già parlato...

Comunque, gli interessi che si intende difendere con questa contrapposizione sono quelli degli utenti e quegli degli autori. Li si vuole difendere dalla pressione (sempre meno giustificabile e sempre più fastidiosa) che viene esercitata da editori sempre più inutili e spaesati e da distributori sempre più militarizzati ed aggressivi.

Q: Perché dovremmo essere contro la libertà dei consumatori? Ma quale libertà? Quella di scegliere cosa acquistare ad un prezzo equo o quella di usufruirne gratis (free syndrome) solo perché qualcuno che l’ha “rubata” te la mette a disposizione?

A: Perchè siete contro la libertà dei consumatori. Nel momento in cui promuovete od appoggiate delle leggi liberticide e delle pratiche censorie, fuori e dentro Internet, come spesso avviene, vi opponete nei fatti alla libertà di tutti noi di comunicare. Diventate una minaccia per i cittadini e per la democrazia.

ThePirateBay prima e, più recentemente, BTJunkie, sono solo due dei molti casi in cui la cosiddetta “industria dei contenuti” ha aggredito delle realtà importanti della Rete in nome della difesa del “diritto d'autore”. SIAE ha spesso difeso queste azioni legali, che pure erano spesso al limite dell'azione militare. Cosa dovremmo pensare? Che lo fate per il nostro bene?

Volete dimostrare il vostro rispetto per i vostri clienti? Condannate queste azioni censorie ed opponetevi a queste leggi liberticide come noi ci opponiamo da sempre al “furto di proprietà intelettuale” là dove questo effettivamente esiste.

Giustificare una “porcata” non ne risolve un'altra.

Volete lottare davvero contro un nemico che merita tutte le vostre pallottole? Fatelo insieme a noi e chiedete una riforma in senso modernista e liberista della attuale legge sul diritto d'autore. Lottate insieme a noi contro il medioevo che ritorna. Aiutateci a dare a questo paese una legge all'altezza del XXI secolo e ricavate i vostri spazi all'interno del NUOVO mercato (più ricco, più fertile, meno rischioso) che il XXI secolo ci offre.

Q: Perché nessuno dice che l’industria della cultura occupa in Italia quasi mezzo milione di lavoratori e le società “over the top” al massimo qualche decina?

A: Perché l'industria della cultura NON siete VOI. Non è la SIAE e non sono le aziende di produzione e distribuzione. Voi siete una parte di un meccanismo molto più grande che è composto soprattutto dagli autori, dai veri lavoratori del settore (macchinisti, attrezzisti, correttori di bozze, traduttori) e dagli utenti. Gente che voi NON rappresentate. Voi siete solo degli intermediari sempre più sgraditi (soprattutto dagli autori, che ormai non perdono occasione per farvelo sapere).

L'industria della cultura è un meccanismo complesso, simile all'oceano: qualcuno (gli autori, le balene) mette in circolo qualcosa (le opere, gli “scarti alimentari”) e qualcun'altro (gli utenti, il plancton) riutilizza questo qualcosa per produrre qualcos'altro (nuove opere, nuovi autori, nuovo plancton).

Questo meccanismo ha bisogno di acqua e di correnti per funzionare e produrre nuovo plancton, nuovi pesci, piccoli e grandi, e nuove balene. Il nostro universo sociale ha bisogno di libertà e di comunicazione per funzionare e per produrre nuovi autori, nuove opere e nuovi consumatori (cioè le cose di cui VOI avete bisogno per il vostro business).

Disgraziatamente, quando cerchiamo di difendere questo ecosistema, ci troviamo spesso costretti a doverlo fare CONTRO la gente che VOI rappresentate, in particolare editori e produttori sempre più miopi e sclerotizzati e distributori sempre più aggressivi.

Voi NON rappresentate questo mondo. Forse non lo rappresentiamo nemmeno noi ma di certo voi non potete farvi scudo di questa gente per giustificare le vostre azioni.

Q: E perché chi accusa l’industria culturale di essere in grave ritardo sulla offerta legale di contenuti, poi vuole sottrarci quelle risorse necessarie per continuare a lavorare e dare lavoro e per investire sulle nuove tecnologie e sul futuro?

A: Posso solo parlare a nostro nome ma né il PPI né io personalmente abbiamo mai sostenuto che sia necessario “togliere l'ossigeno” agli autori ed agli operatori del settore (almeno quelli che fanno onestamente un lavoro utile).

Tuttavia io, personalmente, sono convinto che sia ormai tempo (e che lo sia da almeno vent'anni) di togliere l'ossigeno a SIAE e lasciarla morire. La ragione è semplice: sono gli autori stessi ad avere tolto ogni credito (già da molti anni) a questa istituzione. Sono gli autori stessi a sostenere (da tempi immemorabili) che SIAE NON rappresenta i loro interessi ma piuttosto quelli di editori, produttori , distributori ed altri intermediari. Sono proprio gli operatori più fondamentali del settore che sostengono che SIAE rappresenti il problema, non la soluzione.

SIAE nasce (nel XIX secolo ed in pieno clima corporativista!) con lo scopo di rappresentare all'interno dello stesso organismo due figure professionali che per definizione si trovano su lati opposti di una barricata: autori ed editori. Questa follia è sopravvissuta anche troppo a lungo. Il XXI secolo, quello di Internet, ha bisogno d'altro.

A parte questo, l'industria dei contenuti (che voi effettivamente rappresentate) ha avuto molto tempo e molte opportunità per riutilizzare una parte dei propri (un tempo lauti) guadagni per aggiornare il proprio modello di business ed affrontare nel modo corretto il XXI secolo.

Non lo ha fatto. Ora non può pretendere che siano gli utenti finali (i cittadini di una intera nazione) a pagare il conto (politico ed economico) dei suoi errori e dei suoi ritardi.

Siete operatori economici. Imparate a stare sul mercato o cambiate mestiere.

Q: Perché, secondo alcuni, non abbiamo il diritto di difendere il frutto del nostro lavoro, non possiamo avere pari dignità e dobbiamo continuare a essere “ figli di un Dio minore”?

A: Gli autori hanno il sacrosanto diritto di difendere il proprio lavoro perchè questo ha delle pesanti conseguenze per la loro immagine personale. Spero che non ci sia bisogno di spiegare per quale motivo uno scrittore od un musicista deve poter impedire a qualcun altro di modificare e pubblicare una sua opera senza autorizzazione.

Persino in questo caso limite, però, si deve agire in una maniera che rispetti anche i diritti delle altre persone. Di conseguenza, pretendere che si possa imporre la CENSURA per difendere dei diritti d'autore è già una posizione che risulta molto, molto difficile da sostenere.

Editori, produttori e distributori non possono vantare dei diritti personali di questo genere. Non rischiano che qualcuno pubblichi a loro nome una parte del Main Kampf per screditarli. Possono vantare solo dei diritti economici. Diritti importanti, certo, ma pur sempre economici. Una pura questione di soldi. Nulla che non si possa risolvere, rimediare ed aggiustare con tutta calma nelle sedi dovute.

Non si può giustificare in nessun modo il ricorso alla CENSURA per difendere diritti di questo genere.

Purtroppo, di censura imposta con il pretesto della difesa del “diritto d'autore” se n'è già vista troppa in questo paese, spesso a dispetto degli stessi autori. È tempo che si comincino a chiamare le cose con il loro nome.

In realtà, ciò che l'industria dei contenuti chiede a gran voce da molto tempo è il diritto di imporre una CENSURA sommaria, senza che sia necessaria l'autorizzazione di un magistrato e su basi legali che attengono tipicamente al codice civile (violazioni contrattuali tra privati). Nessun paese civile accetterebbe mai una cosa del genere.

Perché dovrebbe accettarlo l'Italia?


 

Alessandro Bottoni

Commenti

alessandro mi serve una mail per contattare i "pirati" in italia;  livio   il_bacucco@latisana.it

 


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